Critici

 

SPIRITUALITA' ED ANTINOMIE NELL'ASTRATTISMO DI DE BARTOLO

RIVOLI – Gli occhi d’indole acuta spesso assorbono il messaggio trasmesso da un quadro lasciando la ragione in riflessione, come sospesa e combattuta tra l’astrazione di forme archetipe già immagazzinate e i tratti, segni, macchie e colori sapientemente dosati e dall’artista, resi visibili.

Molte volte sguardi colti e critici abbracciano i tracciati o le figure, il colore e la luce riprodotti, per divenire stralci di spazio riproducenti il mondo, la vita e l’arte - riflessi di un atto creativo – già presenti, magari in forma diversa, nell’intimità dell’osservatore.

Ci sono poi occasioni in cui gli occhi attenti, saggiamente guidati da sapienti messaggi artistici assolvono solo al loro compito primario, viatico, per l’incontro di due anime: quella dell’artefice e quella dell’indagatore. Ciò, senza produrre immediate o mediate inferenze con preesistenti ricordanze, ed indipendentemente dalle tecniche più o meno sperimentali, più o meno avventurose che concatenano la vena del mondo indagata e proposta.

In queste speciali comunioni di assonanze, specie se il “corpus” allo studio è arricchito da un espressivo sintetismo classico – come scopriamo in Giuseppe De Bartolo (il cerchio e la sfera, simbologicamente la perfezione, sono spesso ricorrenti nelle sue creazioni) – l’opera, nutrita da armonico equilibrio, superando i tre binomi dualistici spazio-tempo (intellettuale), forma-essenza (materiale) e fede-ragione (concettuale), nuclei primigeni ispiratori di molti cammini artistici, propone visioni personalissime e profonde della vita e dell’Universo in parte felicemente sposando, in parte arditamente superando quelle antinomie.

Così, senza tentare di interpretare né la vita né la Creazione, l’artista propone “il suo nuovo”, la visione di un’interezza planetaria in sintesi, in grado di far scoprire e conoscere molto e far riscoprire all’osservatore un diverso “se stesso”, ponendo più domande di quante risposte suggerisce.

De Bartolo affonda le sue radici in questo tipo di pittura intesa come rito, non solo religioso, che recupera spiritualità e quella primordiale cultura innervata indeducibilmente nell’”io” della sostanza delle cose del mondo, per ridare intensità e scopo e senso alla vita di tutti i giorni.

“Materiem superabat opus” (Ovidio). Anche De Bartolo utilizza con bravura, riformandola e riplasmandola, la materia, quasi sempre prorompente dal fondo quadro, in un particolare astrattismo a tecnica mista dai polifunzionali simbolismi interpretativi; dando corpo a creazioni vive ricche di inaspettate propaggini “psico-materiali” in qualche modo radicate in lontani mondi (sfondo trattato/preparato con selezionate sabbie di esoterici deserti che personalmente ricerca), promuovendo innovative comunicazioni con sapienze pittoriche che finiscono per essere “essenza” e non più “apparenza” del reale.

Qualche volta i suoi quadri emanano segmenti di luce purissima proveniente dalle frequentemente riprodotte “lune-sfere”, illuminandoci di ancestrali conoscenze; talaltra propongono cromatismi e poetica onirica, forieri di un linguaggio plurimo che, scuotendo la quotidiana apatia, accende e stimola il cuore e la mente, facendo partecipe l’osservatore della sua energia creativa. Infine, si percepisce un timido dualismo nelle opere di questo artista, (chiari-scuri, notte-giorno, vita-morte), sfumato da una visione del mondo intrisa da una tenue vena di pessimismo.

Dopo un cronologico sguardo verso la Natura nella sua essenzialità, l’occhio è volto al Cielo con i suoi misteri. Mai all’Uomo nella sua materialità.

Franco Cortese - Maggio 2005