Critici

 



GIUSEPPE DE BARTOLO: "IL SILENZIO SI FA OPERA D'ARTISTA"

Dal 26 giugno al 6 luglio 2008, nella suggestiva cornice della “sala delle colonne” del Palazzo comunale di Buonconvento (Si), è stata ospitata la personale di pittura dell’artista Giuseppe De Bartolo, dal titolo “Il silenzio si fa opera d’artista”. La mostra raccoglie opere che si dispongono su un arco cronologico di due decenni. Nei pressi di quella “cittadella dello Spirito” che è l’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, si propone quindi al pubblico questa rassegna sul percorso ormai trentennale di un Autore che vuole guidarci alla scoperta dell’Assoluto. Per descrivere la profondità spirituale di queste opere, non si può fare a meno di ricorrere ad accenti danteschi. In fondo, si tratta di due vie di accesso all’Assoluto molto simili: da un lato il poeta e la parola, dall’altra l’artista e l’immagine. La meta è identica: come il Paradiso di Dante non è che un fiume di luce, così il “Paradiso” visivo, cui Giuseppe De Bartolo vuole condurre, non è che la luce dei suoi quadri. E veramente, come nel Purgatorio del sommo poeta, si può dire che le opere di De Bartolo siano un “visibile parlare”. Se è vero, come dice Dante, che l’inferno è il luogo “d’ogni luce muto”, allora, all’opposto, il Paradiso di De Bartolo è il luogo in cui la luce si fa parola, e parola eloquente. Del resto, ogni opera è accompagnata da un pensiero spirituale, scritto dall’Autore, che condensa un trentennio di ricerca di Dio attraverso l’arte. Infatti, un vero artista non può che migliorare progressivamente nella sua attività. Potendo dunque fare un parallelo con la mostra del 1999, parimenti recensita proprio su questa stessa rivista, si può dire che, in questi nove anni, De Bartolo abbia compiuto un fecondo itinerario di approfondimento spirituale. La novità immediatamente percepibile è la pluralità di piani simbolici presenti nelle opere più recenti. Dopo aver raggiunto vertici di insuperabile maestria nell’uso delle tecniche pittoriche più innovative, l’Autore, non potendo procedere oltre nelle due dimensioni della superficie pittorica, opera, per così dire, una intensificazione nella terza dimensione del quadro: la “profondità” simbolica. Mentre nelle opere precedenti, complessivamente, il messaggio (giungere a Dio attraverso l’arte) era chiaro e percepibile da parte dell’osservatore, ora l’opera da sola non basta più, e la presenza dell’Artista diventa necessaria: solo l’Autore può essere come il faro di luce che permette di cogliere la “densità” di significato del quadro, e la molteplicità di stratificazioni simboliche in essa presenti. Con il linguaggio dell’interpretazione biblica, potremmo dire che l’Artista è egli stesso l’esegeta della sua “creazione”. L’Autore non è solo ispiratore ed “esecutore” del dipinto, ma ne diventa, al tempo stesso, “rivelatore”. Non a caso si è usata in precedenza la parola “itinerario”. L’itinerario di De Bartolo non è solo quello spirituale (si potrebbe meglio dire: mistico) dell’artista, ma anche quello, molto concreto, “chilometrico”, dei suoi spostamenti “geografici” per il reperimento dei materiali indispensabili per la sua arte. Dovendo esprimere l’Assoluto, è chiaro che il semplice “colore” non è più sufficiente, e De Bartolo è pioniere in questo tentativo di “dire l’indicibile” e “rappresentare l’irrappresentabile”. Di qui discende la ricerca di strumenti sempre migliori (o almeno “meno inadeguati”), per attingere il Mistero. Uno sguardo dell’osservatore distratto a quei “cartellini” accanto alle opere (quelli in cui solitamente non si va più in là della lettura del titolo del quadro), dà un’idea molto “plastica” di quanto ampia sia stata questa ricerca. Dalla sabbia del Mar Morto allo zolfo di Vulcano nelle Eolie, dell’Etna, fino ai frammenti di cristallo, ogni materiale viene sperimentato ed utilizzato. Si può allora concludere che questa autentica peregrinatio nei luoghi dello Spirito (e non solo) sia diventata veramente materia. È lo stesso Autore, in ogni caso, a sottolineare ampiamente la “materialità” della sua arte. Ma, come direbbero i filosofi, oltre alla materia, ci vuole la “forma”. E in questo si vede veramente in azione la capacità “creativa” (anzi, “creatrice”) nel senso della poiesis greca, dell’artista. La stessa tecnica di esecuzione dell’opera si muove in questo senso. Il quadro subisce, per così dire, una “gestazione” nella mente dell’Autore, e viene poi “partorita” in tempi brevi, proprio perché il problema non è tanto quello di cogliere l’ispirazione, già ben presente, quanto quello di tradurre l’ispirazione stessa in forma visibile attraverso la materia. La genialità dell’artista supplisce alla “carenza” dei materiali. Paradossalmente, in queste opere il messaggio più spirituale possibile, quello del Trascendente, viene veicolato nella forma più “materiale”, appunto, della materia. Ma nella materia si coglie lo Spirito. Riprendendo le suggestive parole dell’Abate generale di Monte Oliveto, Don Michelangelo Maria Tiribilli, in occasione della mostra del 1999 (intitolata “Trasformare la materia in anima”), si può dire che l’artista sia un “sacerdote dell’arte”. L’arte è dunque via privilegiata per accedere a Dio, perché, come dice lo stesso De Bartolo, “Mi sento toccato da Lui attraverso la materia che plasmo”. Si può allora passare ad indicare qualche opera in particolare. La più suggestiva è sicuramente “Il sigillo che trasforma”, del 2008, in cui lo spazio dell’opera è squarciato dal passaggio del Divino (simboleggiato dal giallo della luce), che lascia come suo sigillo una croce sfumata. Più articolato è “A Zabulon, una luce si è levata”, in sei pannelli (autonomi e complementari). Questa “composizionalità” costituisce in pratica l’innovazione più immediatamente percepibile nell’evoluzione dell’artista. Alcuni particolari suggeriscono un approccio al Mistero essenzialmente efficace. Nelle varie opere, gli angeli sono appena accennati, poco più che ombre o macchie di colore, e anche le figure umane (poche) sono rese in forma sfumata. Non è difficile comprendere come qui, nell’arte (diversamente dalla “realtà”), il protagonista “visibile” sia il Divino, l’Assoluto, mentre il contingente, il relativo, trascolora e svanisce. Un’altra opera consente di cogliere il rapporto tra silenzio e Parola. Ora, “Il silenzio permette di dipingere ciò che non sempre si può vedere”, dice De Bartolo in un suo pensiero spirituale. E ancora: “Senza silenzio e senza luce l’uomo non può tendere alla perfezione”, un severo monito alla “civiltà del rumore”. Tali pensieri, dice l’Autore, vengono elaborati durante l’esecuzione stessa dell’opera. È molto significativo questo scrivere e dipingere contemporaneamente: poesia e pittura si sostengono a vicenda, nel tentativo di esprimere e comunicare l’Assoluto. Ed effettivamente questo imperativo della “Parola resa visibile” viene “trasgredito” solo in un’opera (“Io Sono”), in cui compaiono appunto le parole “Io sono” (riferimento alla Rivelazione del Nome Divino in Esodo 3,14), un unicum nella pittura di De Bartolo, che, appunto in quanto tale, marca ancora di più l’eccezionalità di questa ascesa a Dio. Tale “ascesa” è ancor più enfatizzata dalla novità dell’arco gotico, che compare come la forma specifica delle superfici utilizzate per le opere più recenti. Magnifico esempio è dato da “Le cattedrali, ove si innalzano gli incensi”, del 2006, in cui le forme ascensionali dipinte (riprendendo l’elemento architettonico della superficie pittorica) sono al tempo stesso archi gotici, bifore e mitrie vescovili. Si tratta dunque di un uso “polisemico” delle figure davvero strepitoso. Così come magistrale è l’uso del colore in due opere del 2007, dunque recentissime: “Il sole, calando sulla pianura di Esdrelon” del 2007, e “Dove si tocca il silenzio con le mani”. Qui il colore esprime la luce, ma una luce “plasmabile”, “materiale”, concreta e solida. In definitiva, la poetica di De Bartolo intende rappresentare la grandezza del Mistero, che è superiore all’intero universo. Si tratta di un progetto artistico, ma anche esistenziale, come afferma l’Autore in uno dei suoi pensieri, laddove scrive: “l’uomo che sa trascendersi nell’Arte marca la sua differenza da ogni essere e tende all’Eterno”. Infatti, quella di De Bartolo è una pittura di concetto, di pensiero. E proprio questo collegamento tra pensiero e pittura consente di delineare l’itinerario, di cui si è detto a proposito dei materiali raccolti ed utilizzati dall’Autore, come un “itinerario della mente a Dio”, secondo il suggestivo titolo di un’opera di San Bonaventura. E come il grande Dottore della Chiesa, anche l’Artista comunica e trasmette l’Ineffabile. Anzi, riprendendo le significative parole usate da Franco Crimì SdB, in occasione di un’altra mostra di De Bartolo (“Metamorfosi della materia”, Alcamo, 2006), l’Artista è il “sacerdote che proferisce messaggi divini nei deserti aridi del cuore”, dunque un vero e proprio sacerdote-profeta.

Enrico Mariani  - Luglio 2008