Critici

 



MOSTRA DI PITTURA A MONTE OLIVETO MAGGIORE

Per celebrare con solennità il 650 anniversario del transito del Beato Bernardo Tolomei sono state intraprese varie iniziative di carattere culturale. Ora, a Monte Oliveto l’arte, si può dire, è di casa. Di conseguenza, non poteva mancare un importante contributo in tale campo. Pertanto nel chiostro di mezzo dell’Abbazia, dal 14 al 29 agosto 1999, è stata allestita una mostra di pittura dell’artista Giuseppe De Bartolo, che del resto è oblato olivetano. La sua pittura, come è stato detto in occasione dell’inaugurazione della mostra il 14 agosto, è “un messaggio di fede che unisce cielo e terra”; di più, è “una preghiera fatta di segni”. E questo vale ancora di più se si considera che, come ha sottolineato durante l’inaugurazione il Padre Abate Generale, “l’Artista è un sacerdote dell’Arte”, proprio per le potenzialità di cui l’Arte dispone per portare a Dio. E a aggiunto che, considerato che già di per sé Monte Oliveto Maggiore è un inno all’arte, l’arte di Giuseppe De Bartolo si adatta perfettamente all’ambiente monastico in cui è stata presentata. Pertanto, ha concluso il Padre Abate, se l’arte è contemplazione, allora in tutti i monasteri (luoghi privilegiati di contemplazione) l’arte non può che essere di casa. E l’augurio per i partecipanti alla mostra non poteva che essere uno solo: percepire, attraverso l’arte di Giuseppe De Bartolo, la bellezza che ci porta all’Autore stesso della bellezza, e cioè Dio. Vediamo ora in concreto i contenuti di questa mostra, del resto ben illustrati anche dal catalogo dell’Autore (a cura di Franco Lesca), che è stato messo a disposizione del pubblico. Molto significativo risulta in primo luogo il titolo che l’Autore ha voluto dare all’iniziativa: “Trasformare la materia in anima”. E il sottotitolo è: “La luce della contemplazione dilata, in un unico raggio, l’interiore capacità di trasfigurazione”, “il monaco Bernardo, nostro Fondatore, ha vissuto la stessa esperienza. Il tema della mostra, come ha spiegato il Padre Abate, è dunque: “La materia diventa esperienza” e l’esperienza di cui si tratta è proprio quella “del monaco Bernardo (ecco il grande legame con le celebrazioni in onore del Tolomei) che lascia le cose materiali non per condannarle, ma per recuperarle in una intuizione più profonda”. Proprio come ha fatto San Benedetto che, riferisce San Gregorio Magno nei suoi Dialoghi, contemplò il creato in un unico raggio di sole (cfr. Dialoghi, Libro II). I quadri, disposti in ordine cronologico, illustrano per così dire, l”’evoluzione” della ricerca artistica di De Bartolo, volta a cogliere ed esprimere l’ineffabile, posto per definizione oltre la materia, attraverso la materia stessa. Per questo dalle iniziali figurazioni in un certo senso “classiche” a china, De Bartolo è passato alla sperimentazione di sempre nuovi materiali (sabbia, cera)alla ricerca di modalità sempre più adeguate di espressione di ciò che si radica nell’intimo di ogni persona, ossia della continua proiezione verso il Trascendente. In questa direzione si colloca il superamento del segno attraverso il colore, e poi, esaurite le possibilità espressive del colore, l’impiego di sempre nuovi materiali. Particolare importanza rivestono i titoli delle opere, cui frequentemente sono stati accostati dei fogli esplicativi (in più lingue) contenenti “la chiave di lettura” dell’opera: il testo di un salmo, un pensiero spirituale, una citazione. Questi elementi esplicativi non sono volti, evidentemente, ad influenzare i pensieri che il quadro stesso può ridestare in chi lo “guarda” da semplice spettatore, bensì a manifestare ciò che l’Autore “scorge” in profondità nel prodotto della sua Arte, come si legge in una citazione di Pascal posta all’ingresso della mostra. Si pensi ad esempio ad opere come “Il deserto dell’anima” in cui il contrasto dei colori, confinati in due parti contrapposte della tela, concretizza in forma comunicabile uno stato d’animo interiore che altrimenti non sarebbe comunicabile. E questo tema della comunicazione di ciò che non può essere comunicato è una costante di molte opere, i cui titoli sono raggruppabili sotto una tematica comune: “Il suono dei propri pensieri”, “L’aridità porta al deserto”, “Misterioso silenzio”, “Solitudine orante”, “Voce del silenzio”. L’origine di queste composizioni risiede nel compito che Giuseppe De Bartolo si è assegnato, ossia quello di “dipingere umilmente con il mio Dio”. Ecco perché nel procedere alla realizzazione delle proprie opere, avverte un bisogno di solitudine, di interiorità che si configura come quell’ “Habitare secum” che, dice Gregorio Magno, caratterizzava San Benedetto. Pertanto si può affermare che i quadri presentati alla mostra sono tutti “lavori attraversati dal silenzio”. Ma oltre ad esprimere le realtà più profonde l’Arte di De Bartolo si propone anche una meta più ambiziosa: quella di dare anima alla materia. Fino al punto in cui la materia stessa si fa lode orante a Dio, in analogia con l’ “Inno alla materia” di Carlo Carretto. E’ evidente che in questa prospettiva le forme e i colori non valgono tanto in sé, quanto per quello che riescono ad evocare. In definitiva siamo in presenza di un ben riuscito utilizzo del linguaggio dell’arte all’interno del campo spirituale e della preghiera.

Enrico Mariani  - Agosto 1999