Critici

 

De Bartolo: colori per provare a volare

Giuseppe De Bartolo. Si potrebbe parlare di lui come di un geniale artista rivolese, di un "maestro del colore" come lo definiscono i critici, oppure come un oblato benedettino capace di trovare ore di pace religiosa anche vivendo nella frenesia della quotidianità, o ancora, come un attivo insegnante di discipline artistiche.
A noi, invece, ricorda uno di quei pastori nomadi d'Asia di cui avevo letto che usano passare le notti seduti su una pietra a contemplare la luna e a cantare.
Il canto di Giuseppe De Bartolo, affascinante per le emozioni che comunica, è approdato pochi giorni fa tra le pareti dell'Abbazia di Novalesa, che ospiterà la sua personale fino al 26 luglio.
Ad accogliere il pittore nell'Abbazia, all'inaugurazione di sabato 5, è stato il priore Giovanni Lunardi, che non ha mancato di sottolineare il legame tra l'arte e l'ordine benedettino e la tendenza ad apprezzare il "materiale" anche all'interno della vita monastica.
Inserita in tale contesto (l'Abbazia di Novalesa) e con tali presupposti, la pittura di De Bartolo non può che essere letta come cammino spirituale, dai fiori della terra per poi innalzarsi verso l'alto lungo i tronchi neri e scarni dei suoi alberi a china.
Nei suoi ultimi lavori, l'albero degli anni '70 e '80 ha ormai perso i suoi contorni e si è dissolto in colore; la forma senza spessore si dilata seguendo i tratti del colore che sommerge le superfici.
Quell'albero sembra però conservare le sue radici come per ricordare all'artista le sue radici e la sua natura umana e fragile, e De Bartolo che, sebbene abbia abbandonato soggetti materiali maturando una forma nuova di espressione, conosce bene l'insegnamento, ne trasporta sui suoi quadri la materia (sabbia, colla, gesso…).
Ma non è astrattismo la sua arte: tra i colori si distinguono ancora delle figure, tra le quali domina da protagonista la luna (forse la sua ispiratrice se lo crediamo davvero un pastore nomade dell'Asia), che si posa sui gialli ocra, sui viola e sui turchesi in "Terrazze allagate dal Plenilunio", o si infrange spezzandosi nel blu cobalto per mostrare il giallo del suo oro in "La mia povera preziosa luna".
Ogni quadro è legato ad un'immagine ben precisa; Giuseppe De Bartolo spiega che "prima nasce il titolo, poi la riflessione", infine il tutto si trasforma in colore. Il critico Franco Lesca, parlando dell'artista, ritrova le sue doti principali nella sensibilità, percezione e cromatismo", a cui va aggiunta, e non in ultimo, la maturità spirituale.
La sua pittura è un invito al genere umano a guardarsi "oltre" a superare la quotidianità ed il conformismo. "Vola solo chi?" che rappresenta una colomba libera nell'Universo è immagine del volo che l'uomo deve cercare di intraprendere.
Certo, la natura attrae e ferisce; tutti è pieno di contraddizioni e pericoli: "Luce impalpabile" è dipinta con colori neri, rossi e blu; le ali della colomba di "Vola solo chi?" sono macchiate di rosso (forse sangue?), ma De Bartolo ripete: "l'uomo deve provare a volare".

Patrizia Raineri - Luglio 1997